In merito alle domande di Legambiente sulla azienda danese che mi ha coinvolto nella ricerca di siti adatti alla costruzione di torri eoliche, è giusto precisare che questa è solo una delle molte proposte che, come Verdi, abbiamo vagliato e sottoposto alle amministrazioni della nostra regione.
In questi anni abbiamo ricercato e ricevuto molti progetti da parte di aziende solide, spesso provenienti dal nord Europa, abituate a valutare i benefici dell’ investire sull’ambiente. Oggi, di fronte alla evidenza degli effetti dei cambiamenti climatici (e cito ad esempio l’innalzamento dei mari che allarma i Paesi rivieraschi tanto da richiedere adeguamenti dei trattati internazionali), non è più solo l’intelligenza e la conoscenza ecologista verde a parlare, oggi parla addirittura Tony Blair con il rapporto Stern Review on the Economics of Climate Change che costituisce il primo esteso rapporto sulle implicazioni economiche dei cambiamenti climatici. In questo documento si sostiene che, in termini economici, adottare oggi politiche di contenimento delle emissioni in atmosfera limiterebbe le perdite economiche , misurate sul PIL globale, all’1% per anno. Rimandarne l’adozione, invece, causerebbe perdite comprese tra il 5 ed il 20% del PIL mondiale all’anno, a partire da subito e per sempre. Il rapporto, che ha avuto molto risalto sulla stampa internazionale, non è stato scritto da attivisti di Greenpeace o dal WWF, ma da Sir Nicholas Stern, economista di fama internazionale che siede nella poltrona più in alto della Banca Mondiale, a Washington.
Da tempo come Verdi stiamo creando le condizioni per un’alleanza con la parte più sensibile e lungimirante del mondo imprenditoriale nella consapevolezza comune che la crescita dell’occupazione e del benessere sociale passa necessariamente attraverso la riconversione ecologica delle attività economiche, di cui lo sviluppo delle rinnovabili e la ricerca della ecoefficenza è un tassello fondamentale.
Occorre oggi avere un occhio di particolare riguardo verso quei progetti imprenditoriali che possano costituire una inversione di rotta rispetto ad una economia basata da una parte su attività produttive che non contabilizzano i costi ambientali, e dall’altra sul massiccio impiego di capitali nel settore immobiliare e verso le rendite. Dice Daniele Cecconi, segretario di CNA, che costruire sulle colline di Rosignano può andare bene, visto che la costa è satura, ed esprime preoccupazioni perché il territorio libero è destinato a finire. Mi chiedo, pur condividendo con lui l’attenzione al problema dell’occupazione, perché nessuno pensi alla necessità di riqualificare il parco degli edifici esistenti, interi quartieri costruiti negli ultimi 50 anni, veri colabrodi energetici e non più rispondenti alle nuove esigenze delle nuove famiglie, dei disabili, degli anziani. Perché non creare le condizioni per un grande piano di investimenti pubblico/privato per la riconversione ecologica (bioedilizia, fonti rinnovabili di energia, risparmio dell’acqua) di edifici che contribuiscono per più del 30% alle emissioni complessive in atmosfera. Tra poco entrerà in vigore l’obbligo della certificazione energetica degli edifici, ma sembra non ci sia nessuno che veda più in là delle colline di Rosignano.
La paura attanaglia la nostra epoca, la paura chiude gli occhi, blocca il pensiero e ci costringe su strade vecchie: paura verso un futuro che vede i nostri figli destinati ad avere minori possibilità di quante ne abbiamo avute noi in termini di occupazione, possibilità di sostentamento autonomo, dignità personale sul lavoro, condizioni di fruire del migliore mondo (e ambiente) possibile, benessere sociale, felicità. Abbiamo creato, in meno di un secolo, danni all’ecosistema come mai è avvenuto nel corso dell’intera esistenza della specie umana. Prendere atto di questo, quantificarlo anche economicamente come ha fatto Stern, è il primo passo per vincere la paura e seguire l’esempio di paesi che questa riflessione l’hanno fatta già da diversi anni e con successo oggi guidano l’epoca del trapasso obbligato dalle fonti fossili di energia alle rinnovabili.
In questo senso lo sviluppo di settori di produzione ad alto contenuto di ricerca e legati alla riqualificazione ambientale ed alle tecnologie per le rinnovabili, non costituisce più solo una nicchia di mercato, ma può essere una forma di investimento economico e sociale vincente per il futuro.
Anna Marrocco, assessore provinciale
23 novembre 2006




L’età della pietra non è finita perché sono finite le pietre, invece una certa visione nell’utilizzo delle nostre risorse naturali tradisce un atteggiamento irresponsabile, talvolta sconfinante in un puro istinto suicida di chi non vuole riconoscere che quell’età è finita per sempre.





